DISEGNI DI CASE SCOMPARSE: PIAMBARUCCIO (RIDRACOLI)
Alessio Boattini
Piambaruccio era uno dei numerosi poderi che componevano il “popolo di Ridracoli” in comune di Bagno di Romagna, più precisamente localizzato nella valle delle Cornete, quasi al confine col comune di S. Sofia. Nel nostro recente lavoro “Gente di Ridracoli”, pubblicato da Monti Editore nel 2022, abbiamo raccolto numerose notizie e, quando disponibili, immagini sulle diverse case di Ridracoli. Nel caso di Piambaruccio, non trovammo nessuna fotografia che mostrasse la casa. Abbandonata nel novembre 1957 da Orlando Pini, l’abitazione venne infatti demolita e le pietre triturate utilizzate per il fondo stradale della strada sterrata Ridracoli-Colla di Valle. Oggi non ne resta alcuna traccia visibile.
Siccome gli archivi nascondono ma non perdono, alcuni disegni di Piambaruccio sono venuti alla luce dopo la pubblicazione del libro. Si trovano nel fondo “Genio Civile di Forlì” conservato nell’Archivi di Stato di Forlì-Cesena. In che modo vi finirono? Dunque, i terremoti del 10 novembre 1918 e 29 giugno 1919 danneggiarono moltissime abitazioni del nostro appennino. Le richieste di sussidi per la riparazione (o ricostruzione, o demolizione) delle case lesionate, naturalmente indirizzate al Genio Civile, erano frequentemente corredate di planimetrie, sezioni, prospetti, ecc. degli edifici. In questo modo, oggi, con un po’ di fortuna possiamo recuperare immagini di case scomparse, come è il caso di Piambaruccio, oppure ancora esistenti, anche se profondamente cambiate nel tempo.
La “perizia sommaria” della nostra casa colonica venne redatta il 22 maggio 1925. Secondo questa, la proprietà dell’edificio era dei fratelli Giovanni, Michele, Germano e Iginio, figli del fu Luigi Giovannetti. Il fabbricato, «adibito ad uso abitazione colonica», era costituito «con murature di pietrame, con solai di legname e con letto di legname e lastre». Il fondo cui apparteneva confinava con Amadio Battani e gli stessi fratelli Giovannetti. La casa era a due piani e comprendeva 10 vani, «oltre al forno, al porcile, e alla caciaia». L’edificio principale occupava all’incirca 220 metri quadri e l’altezza media era di 4 metri. La “caciaia” (altrove descritta come “essiccatoio”) era un piccolo edificio separato di circa 17 metri quadri di superficie ed altezza media di metri 2,50. Il preventivo spese per il recupero dei fabbricati era di L. 31.000. In quella stessa occasione vennero tracciati i disegni che mostriamo in queste pagine (ultime due immagini a corredo di questo articolo), restò soltanto sulla carta e l’intera pratica venne annullata. Mostrano la pianta del primo piano, un prospetto ed una sezione, oltre ad analoghi disegni della “caciaia” o “essiccatoio”. Queste, a nostra conoscenza, sono le uniche rappresentazioni esistenti degli edifici colonici di Piambaruccio, in questo modo restituiti alla memoria collettiva.
I lavori si svolsero fra la primavera e l’estate del 1927 e comportarono: la demolizione e la ricostruzione di alcuni muri, riprese di muratura «a cuci e scuci», il rifacimento del tetto, la ricostruzione del camino, la sostituzione di architravi in pietra con altrettanti in legno di quercia, il rifacimento della volta, del piano e della bocca del forno, l’esecuzione di lastronato con sottostante vespaio nel capanno e nella stalla, stuccatura esterna e tinteggiatura.
Per la cronaca, una prima “perizia sommaria” (del tutto analoga a quella sopra riportata) era stata eseguita già il 28 ottobre 1924. L’obiettivo, quella volta, era stato la completa demolizione e ricostruzione della casa, per cui era stato redatto anche un progetto in data 18 febbraio 1925 dallo studio tecnico Luigi Leoni. Questo progetto, che mostriamo in queste pagine, restò soltanto sulla carta e l’intera pratica venne annullata, sostituita dalla più economica procedura di restauro di cui abbiamo parlato sopra.
Fonte: Archivio di Stato di Forlì-Cesena, Genio Civile Forlì, Carteggio Generale, busta 1170

